|
“Mai a stomaco vuoto” racconta di
un attore al lavoro, in completa solitudine, in
una sala prove allestita in un capannone industriale
abbandonato.
L’antico rito della solitaria ricerca dell’ispirazione
artistica si compie in un’ambientazione
postmoderna, stridente e precaria.
L’attore prende appunti, parla ad alta
voce, recita, canta.
Lotta con i propri fantasmi, come un Giacobbe
alle prese con il proprio ego da commediante.
Inventa personaggi, li plasma, li ama, ma poi
li contesta fino a distruggerli.
Cerca interlocutori nel buio del magazzino, si
diverte, si indigna, si prende in giro.
Intuisce che la comicità nasce
dall’inciampo, dal vuoto, dall’assenza.
Riflette sulla sua infanzia, ricostruisce incubi,
polemizza col mondo.
Capisce di dover rompere il proprio isolamento,
ma gli sembra di avvitarsi su se stesso.
Quando la vena sta per esaurirsi e teme di avere
gettato via un’altra giornata nella ricerca
vana di battute che lo rendano immortale, si rende
conto di essere da troppe ore a digiuno.
Tornerà al lavoro domani, ma a stomaco
pieno.
“Mai a stomaco vuoto” è un
testo che segna per Gioele Dix il passaggio dai
personaggi-maschera di “La mia patente non
scade mai” al monologo teatrale, nel quale
la scrittura mischia i temi privati
dell’artista in crisi creativa con le annotazioni
pubbliche dell’uomo che
combatte le insulse – ma a volte ineludibili
- battaglie della quotidianità.
Uno spettacolo molto comico. E a tratti problematico.
Angelo Lodi ha disegnato una scena iperrealista,
con qualche geniale e provocatoria incongruenza,
come una scala che sale contro un muro e una catasta
di oggetti industriali non identificati.
Mario Guarnera ha scritto quattro canzoni,
esercizi di stile musicale, tenere eppure graffianti.
|