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Anselmo, intellettuale espansivo e nevrotico,
in piena crisi esistenziale a causa di un rovescio
sentimentale, è ospite di una clinica della
salute alquanto singolare. Ad ogni "ricoverato",
infatti, un equipe di medici propone un trattamento
personalizzato, che prevede sia cure per il riequilibrio
fisico che terapie finalizzate al benessere mentale.
Il ferreo regolamento interno vieta, tra l'altro,
che i pazienti-impazienti possano leggere libri.
Ma Anselmo, per natura disobbediente, trasgredisce
alla regola leggendo e rileggendo, di nascosto,
una tragedia che da tempo misteriosamente lo ossessiona:
Edipo re di Sofocle. Lo scopre Giada, infermiera
inglese di origini italiane che lo assiste e accudisce
in esclusiva. La donna dovrebbe sequestrargli
il libro. Invece, un po' per simpatia e un po'
per curiosità, si lascia coinvolgere dal
racconto appassionato che l’uomo le propone
della complicata vicenda dell'antico re di Tebe.
Anselmo si impegna nella narrazione senza risparmiarsi,
entusiasta all’idea di far scoprire alla
sua privilegiata spettatrice i mille risvolti
di una storia che conosce praticamente a memoria.
La descrive, la ambienta, la colora. La arricchisce.
Ci inventa sopra. Ci polemizza intorno. Usa ogni
mezzo possibile per renderla comprensibile, abbordabile,
amabile. La attualizza, ma non la banalizza. Edipo
è un globetrotter, o forse è il
tenente Colombo. La pestilenza di Tebe è
il nostro malessere quotidiano, forse quel male
oscuro che ci rende ostili. Tiresia è la
voce della nostra coscienza, oppure è il
potere occulto e mafioso che ci condiziona? Giocasta
è la donna dei nostri sogni di uomini,
quasi certamente. Anselmo “recita”
tutti i personaggi della storia, parteggia per
alcuni e ne irride altri, mischiando i toni tragici
del mito a buffe, a volte esilaranti, parentesi
legate alle proprie vicende personali. Si trasforma,
quasi senza rendersene conto, in un singolare
e trascinante cantastorie iper-moderno. Giada
gli fa progressivamente da spalla, domanda, commenta,
insinua, devia, rivelando un proprio mondo interiore
perplesso e candidamente ironico. Il gioco è
assai divertente per entrambi, sebbene la materia
si faccia via via più spessa e dolente.
Anselmo fa persino fare a Giada la parte di Giocasta.
Ma quando il racconto della tragedia sta per giungere
al suo epilogo, Anselmo si blocca contrariato:
non ama quel finale e si rifiuta di proseguire.
Alle proteste vibrate di Giada che vuole giustamente
sapere “come va a finire”, replica
proponendole una conclusione tutta diversa del
dramma. Edipo, pur riconoscendosi colpevole, chiede
un regolare processo. Ora Anselmo è Edipo.
Ma Edipo parla come Anselmo. E di fronte ai giudici
in tribunale, rilascia una dichiarazione spontanea
nella quale ammette le proprie responsabilità,
ma rifiuta il senso di colpa. E’ vero: ha
ucciso suo padre, ma senza saperlo. Laio invece
lo aveva rifiutato e annientato con piena coscienza.
E’ giusto avere pietà di un padre
che ha il terrore di esserlo? E’ vero: Edipo
e Giocasta si sono amati non come una madre e
un figlio, ma senza saperlo. Lei è stata
per lui tutto meno che materna. E’ un peccato
assoluto? Quanto al dottor Freud, ce n’è
anche per lui. E infine, una riflessione sull’istinto
di accecarsi, sulla tentazione di impedirsi a
vederci chiaro. Meglio non consegnarsi al proprio
destino, meglio VEDERE, anche se non sempre il
panorama di grande bellezza. Anselmo si sente
sollevato, ha compiuto la sua privata catarsi,
scopo precipuo della tragedia, come insegnano
a scuola. Finalmente guarito (forse), sia come
Edipo che come uomo, decide di lasciare la clinica.
Giada non è delusa, ma vuole conoscere
il vero finale della storia raccontata da Sofocle,
quello “dove si piange” (perché
a qualcuno fa bene più piangere che ridere).
Allora Anselmo le lascia in regalo il libro e,
mentre si allontana, scorge con soddisfazione
la donna che corre a leggere di nascosto la “sua”,
o meglio la “loro” tragedia preferita.
E’ possibile raccontare Edipo ridendo?
Lo spettacolo possiede una potente forza comunicativa
che lo rende molto gradito al pubblico. Due diversi
piani narrativi si intersecano a sorpresa: la
storia di Edipo e la vita del protagonista, Anselmo.
Il racconto dell’una è terapeutico
nei confronti dell’altra. L’indagine
di Edipo sulla propria origine procede per stadi
progressivi di presa di coscienza. Sofocle pare
davvero uno psicanalista prestato al thriller,
o forse un giallista prestato alla psicoterapia:
srotola sapientemente la tragica vicenda con ritmi
irregolari, accelera e decelera di continuo, pare
di sentire il respiro affannoso di Edipo, o il
suo cuore in intermittente allarme. Anselmo soffre
e si fa presente ove Edipo è latitante,
come anestetizzato. L’eroe è grande,
soprattutto nella sua debolezza. E il narratore,
Anselmo (e gli spettatori con lui) riempie quei
vuoti apparenti, prende tempo durante quelle sospensioni
che Edipo pare prendersi di fronte all’amara
verità sul suo destino. Non può
non scaturirne la risata, in alcuni di quei momenti.
L’ironia è contigua alla tragedia,
nascono entrambe dall’inciampo, dall’errore,
dal deficit. A volte si dice: è tragico.
Eppure può far ridere.
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